Close to water

Sur-face: hateQuella mattina Starlizia si era svegliata storta; saranno state le sue cose, o forse le cose di qualcun altro: di chiunque fossero quelle cose, non si trattava di belle cose.
Nonostante avesse appena quattordici anni, Starlizia era già una modella molto ricercata, fotografata, appesa nelle camere e nei camion di tantissimi sconosciuti e protagonista inconsapevole di innumerevoli masturbazioni di esemplari maschili e femminili delle età più disparate.
Il suo fisico adolescente era in bella mostra su riviste, calendari e manifesti, con immagini dalle quali sembrava quasi sentirsi levare l’olezzo acidulo del vomito versato appena prima di scattare le foto.
Fotografie spesso sapientemente scomposte, nelle quali lei indossava bikini che riuscivano a fatica a coprire ciò che restava dei peli pubici rasati, o ritoccati al computer, e le minuscole tettine post-puberali; mentre in altre si limitava a indossare la propria buona volontà.
In tante di queste immagini, il suo giovane volto già emanava la tossica perversione di una navigata bagascia del quartiere a luci rosse di Amsterdam.
Gli occhi segnati da un nero marcato, semichiusi ed allusivi, le narici arrossate dalle troppe sniffate, il rossetto sbavato sulle labbra; come se queste ultime avessero appena finito di lavorarsi un membro, magari proprio quello del fotografo di turno.
I marchi e gli slogan spesso si stentavano a vedere, ma non importava: quelle immagini avrebbero potuto pubblicizzare qualsiasi cosa: da uno spermicida al latte a lunga conservazione. [...]
Si trascinò stancamente verso il bagno, in fondo erano solo le cinque e mezzo del mattino e aveva tutti i diritti di essere assonnata. Come prima cosa, si adagiò sulla tazza per dare sollievo alla vescica; chiuse un attimo gli occhi e lasciò scorrere i fiotti di calda urina.
Forse per la stanchezza, forse per il dolce tepore del liquido che le scorreva via, o forse per i postumi della coca assunta la notte appena trascorsa, fatto sta che Starlizia si assopì per un attimo, giusto il tempo di perdere il controllo del corpo e relativo equilibrio.

Sguish! Splash!

Scivolò dal copritazza finendo nel water, dove il suo minuscolo bacino da modella, anoressica per tornaconto, finì per farla sprofondare fino alle ginocchia, che ora le premevano su quei brufoli che chiamava capezzoli; le natiche, invece, erano a bagno nella sua stessa urina.
«Aaagghh!» urlò Starlizia svegliandosi di soprassalto.
Dopo un moto di nervosismo, si accorse dell’assurdità della situazione e cominciò a ridere sommessamente; non tanto per le cosce che le comprimevano il torace, ma perché ridere sguaiatamente avrebbe compromesso la sua pelle esente da rughe.
Il sorriso si spense presto, quando si rese conto di non riuscire a liberarsi dalla tazza. Era incastrata in una posizione che non le permetteva di far leva per liberarsi.
Non le sembrava vero, ma per quanto impegno ci mettesse, le era impossibile uscire da lì; anzi, più si agitava, più il suo esile corpo si incastrava, divenendo tutt’uno con il water.
Cominciò a urlare con tutto il fiato che la posizione le consentiva di utilizzare: «Aiuto! Aiutatemi… Sono incastrata nel… insomma, aiuto!»
Urlò a lungo, riuscendo solo a sfiancarsi e a spingere l’inquilino del piano di sopra a battere sul pavimento per far cessare gli schiamazzi.
La situazione, da imbarazzante, stava divenendo pericolosa. E dolorosa.
C’era un fastidioso oggetto che le pungeva la schiena e non capiva cosa potesse essere.
Era un deodorante per il water messo dalla sua compagna di camera, ora purtroppo in giro a sfilare chissà dove.
Starlizia odiava quegli arnesi, non ne capiva il perché; e ora che uno di questi le stava scavando un solco sulla colonna vertebrale, li tollerava ancora meno. [...]
In uno spasmo contorsionistico degno di un’artista da circo, riuscì a sfilare via l’odiato deodorante e a scagliarlo contro il muro, traendone grande sollievo.
Restava il fatto che si trovava sempre più incastrata nella tazza: come fare per liberarsi?
Non poteva attendere l’amica; chissà quando sarebbe tornata e poi, avrebbe avuto un paio di cosette poco piacevoli da dirle sulla sua passione per i deodoranti da cesso e non sarebbe riuscita a trattenersi. Per una volta nella vita, doveva cavarsela completamente da sola.
Improvvisamente, vide spuntare sotto una calza, abbandonata sul pavimento del bagno chissà quando, un telefonino, era uno dei suoi otto cellulari.
Era da un po’ che ne aveva perso le tracce e ora benediceva il fatto di averlo lasciato lì. Riuscì, quasi lussandosi una spalla, ad allungare il braccio fino a prenderlo.
Pensò di chiamare la madre, ma essendo la principale promotrice delle sue insicurezze adolescenziali, la scartò subito.
Pensò al padre, ma lo conosceva appena e, cosa da non sottovalutare, non aveva neanche il suo numero.
Pensò al fidanzato… Già, ma quale? Ne aveva cambiati talmente tanti negli ultimi tempi che stentava a ricordare chi fosse quello ancora in carica.
Le amiche erano tutte modelle, tutte troppo lontane per fare qualcosa; inoltre era certa che non si sarebbero scomodate per tirarla fuori da un water, rischiando così di sporcarsi i vestiti.
Il campo si stringeva e benché le ripugnasse l’idea che degli estranei potessero vederla in quelle condizioni, cioè senza un trucco, un’acconciatura e una mise adeguate, dovette decidere di chiamare il 113.
Appena dall’altra parte alzarono la cornetta, lei prese a urlare scompostamente il proprio nome, il proprio indirizzo e l’attuale, scomoda, posizione che metteva a repentaglio la sua vita. Lo ripeté più volte, finché si accorse che non c’era più linea: il residuo di carica della batteria del cellulare si era esaurito.
«Cazzo!» urlò. «Chissà se mi hanno sentita… chissà se manderanno qualcuno…»
Si guardò disperatamente intorno, alla ricerca di qualche altra cosa che potesse esserle d’aiuto nella fuga dal water: in quella si accorse del flacone di sapone liquido poggiato sul bidè. [...]
Magari sarebbe stato abbastanza viscoso da permetterle di sgusciare via da quello scomodo alloggiamento.
Iniziò a premere il beccuccio e a sputarsi sapone  tutto intorno al corpo, tra la pelle e la ceramica: svuotò l’intero flacone e prese a divincolarsi, sperando l’idea funzionasse.
Mentre, impastata di sapone, cercava di venir fuori come un serpente dalla sua pelle, si accorse che invece di salire, stava scendendo ancora più. Il sapone era  scivoloso, ma al punto di non permetterle di spingersi verso l’alto; con le mani impastate anch’esse di sapone le era difficile aggrapparsi a qualsiasi cosa, tutto le sfuggiva di mano, compresa la sua stessa pelle. [...]
Le cosce, ormai addormentate e gonfie, le stringevano sempre più sul petto, rendendole ancora più rarefatto il respiro.
A breve, anche lei si sarebbe addormentata, per sempre.
Le forze cominciavano ad abbandonarla, quando sentì un trambusto venire da fuori: una sirena della polizia? No, forse un’ambulanza.
Si trattava dei vigili del fuoco.
Li sentì arrivare fin sotto al palazzo, scendere dai mezzi e discutere concitatamente sul da farsi; infine li sentì salire rumorosamente per le scale.
«Sono qui per me…» pensò col brandello di lucidità rimastole e il solito mezzo sorriso sul volto. «Allora la telefonata è servita… Finalmente, sono salva…»

In realtà la telefonata non era servita affatto, la linea era caduta dopo pochi secondi e, comunque, nell’agitazione, lei aveva composto il numero sbagliato. I vigili del fuoco erano lì perché qualcuno li aveva chiamati a causa di uno strano miasma proveniente da un appartamento sito nello stesso stabile di Starlizia: si trattava delle esalazioni della salma di un oscuro pensionato morto sette mesi prima.
L’operazione di scrostatura dei resti dal pavimento impegnò i pompieri per diverse ore; durante le quali nessuno poté accorgersi che, a pochi appartamenti di distanza, una giovane modella stava esalando i pochi respiri che le rimanevano.
L’ultima, delirante, immagine che balenò davanti agli occhi di Starlizia, fu una foto che la ritraeva incastrata nel cesso, senza trucco e nessuna traccia di malizia sul viso, accanto a un trafiletto su un quotidiano locale che raccontava la sua triste fine e quella di un pensionato decompostosi in tutta tranquillità. Un trafiletto che molti avrebbero letto, per annoiata morbosità, scuotendo la testa e forse persino sorridendo, per poi dimenticare il suo nome e quello del pensionato, un secondo prima di ripiegare il giornale.

Andros

Racconto pubblicato nel libro “Sabba di paralleli”, 2005

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Ottava puntata – Ognun per sé e io per tutti

Sur-faces: racismQuesto è il resoconto a puntate di quattro anni della mia vita, e della vita di uno spazio espositivo da me aperto a Milano. Benché semiserio, ci sono ben poche cose finte o esagerate, anzi, più spesso ne ho alleggerito la portata. Le prime puntate sono già state inserite in altri siti in passato, le ultime invece no.

Come ho scritto, lo Sciorùm non doveva essere solo uno spazio per mostrare i miei lavori, ma anche per fare da vetrina ad altri artisti, e anche a scrittori, abbinando inaugurazioni e presentazioni di libri. Avevo in mente anche musica e teatro, perché no? Ero aperto a tutto. Nella mia fin troppo fervida immaginazione, pensavo di farlo diventare un luogo d’incontro per tutte le arti.
Fantasticavo sulla nascita di chissà quali collaborazioni tra artisti, incontri e scontri d’idee e opinioni. Per scrittori e poeti, mi appoggiavo principalmente alla piccola casa editrice che aveva pubblicato qualche mio libro: presentavo le loro nuove uscite durante le inaugurazioni. Questo portava più visitatori, e speravo favorisse incontri e magari progetti comuni, chissà…
Ero ottimista, ingenuo o solo idiota? Mah, chi può dirlo?
Il resoconto di due anni di cosiddetti “eventi” è molto meno entusiasmante di quanto avessi sperato.
In termini di presenze nessuno si poteva lamentare; solo due volte ci dovemmo accontentare di 5 o 6 persone, tutte le altre volte la gente non mancò. In un paio di occasioni addirittura non entravano tutti insieme: usciva un gruppetto ed entravano gli altri…
A Milano, persino le inaugurazioni delle gallerie storiche di Brera ormai sono disertate: a meno che l’artista non sia un’avvenente ragazza, a volte non c’è neanche il gallerista a far numero.
È quindi facile capire che da questo punto di vista mi ritenevo soddisfatto.
In qualche caso gli artisti riuscirono persino a vendere, incredibile!
La cosa per me deludente è stata l’assoluta mancanza d’interesse tra artisti. Tranne una o due eccezioni, nessun artista ha partecipato ad alcuna delle altre inaugurazioni: venivano a montare e smontare la mostra e poi alla propria inaugurazione, punto. Mai visti prima e mai più visti dopo. Potevo capire chi era di fuori città; capivo un po’ meno quelli che vivevano in città. Persino quando venivano nel mio spazio a mostrarmi i lavori, e ovviamente erano esposte le opere di qualcun altro, erano del tutto disinteressati: non le guardavano, neanche per un secondo, zero.
Come se quelle opere non esistessero. Magari erano gli stessi sempre pronti a lamentarsi perché la gente è “distratta” e non è interessata all’arte.
Devo però ammettere che qualche eccezione c’era: quelli che appena entrati iniziavano a criticare le opere esposte con battute muriatiche; non rendendosi neanche conto che offendendo l’artista stavano anche offendendo me, che lo avevo scelto. Che poi, non era una grande idea offendermi, visto che ero quello che avrebbe dovuto offrir loro lo spazio per esporre: almeno siate furbi, dico io!
Stessa solfa con scrittori e poeti: le cagate sono sempre quelle degli altri, con i propri lavori, invece, tutta la benevolenza di questo mondo.
Durante le inaugurazioni/presentazioni c’era l’apoteosi del narcisismo onanistico, e in questo, devo dire, scrittori e poeti si sono dimostrati i peggiori.
La parola d’ordine era: ognuno per i cazzi suoi.
Nello stesso posto, nello stesso momento, stavano accadendo due cose legate all’arte, e ognuno degli artisti se ne sbatteva i pendagli dell’altro. Sublime.
Se di tanto in tanto capitava che un pittore o uno scultore seguisse la presentazione di un libro, devo invece dire che non è mai capitato che uno scrittore o un poeta si interessasse alle opere esposte: mai una volta. Ogni tanto provavo a coinvolgerli, chiedendo “cosa ne pensi della mostra?”, ma le risposte erano “boh”, oppure “ah, io non capisco nulla di arte”, o meglio ancora “quale mostra?” Nei due anni ho provato vari modi e stratagemmi per cercare di far incontrare i due mondi, ma inutilmente: a nessuno fregava una cippa.

Andros

Prima versione pubblicata online nel 2008

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Bara 19: Latore di Babele

andros_creed_cardUn serial killer che sviene alla vista del sangue e una poliziotta psicopatica sono i protagonisti di Codice a bare, un romanzo che fa scontrare un futuro e un futuro remoto; mondi aspri, ruvidi, distopici, dove per gli assassini i Comuni dispongono cassonetti per differenziare i rifiuti umani, dove esistono scuole per formare i mendicanti di domani, dove i morti sono deviventi coscienti della propria decomposizione, dove la prima causa di morte sono i serial killer, dove la bellezza è stata classificata e brevettata da un chirurgo plastico venerato quale divinità, dove i cortei di protesta si fanno in solitudine e dove mogli e figli vengono scambiati via internet, tramite le periferiche di TeletrasPorco.

[...] Ci accolse un triste corteo di protesta non autorizzato, composto da un solo manifestante munito di cartello con lo slogan: “La bellezza svenderà il mondo”; otto camionette della polizia sciolsero il corteo, e il manifestante, a colpi di lanciafiamme. Nei grandi spazi del centro, tempestati di megaschermi sintonizzati sui tanti canali monomaniaci svezzati con notizie verosimili e poco rilevanti, le trasmissioni rimbombavano accavallandosi.

*…Cosa si prova a essere diventata d’un tratto una sculettante e osannata televisina?*
*È un gran traguardo, ma è anche un inizio, non voglio puntare la carriera solo sulla mia travolgente bellezza; anche se essere una M0F0V0 è una grande fortuna per me e per il conto in banca del mio chirurgo.*
*Bella, modesta e intelligente, quindi. E ora parliamo d’amore: come ci si sente a stare con un calciatore bello, ricco e famoso?*
*Bene; finché c’è la salute economica…*
*Prima di conoscerlo, lei non si interessava di calcio; adesso è riuscita almeno a capire cos’è un fuori gioco?*
*No, ma in compenso ho sempre saputo cos’è un fallo…*

Una cinquantenne adolescente sfilò la carta di credo dalle mutanga che le spuntavano dai pantaloni e la infilò nella fessura dell’imponente sacromat affiancato alla PrayStation, proprio al centro del centro commerciale, a dominare l’intero tempio alla moneta. Una gracchiante voce femminile disse:
«Scegliere la religione desiderata.» La donna eseguì.
«Digitare il codice vaticano segreto» disse ancora la voce sintetica.
Sul monitor apparvero le scritte: “Battesimo”, “Matrimonio” e “Estrema Unzione”. La giovincella fece la sua scelta, mentre tra le labbra faceva scoppiettare una gomma da martirizzare all’ostia consacrata.
«Assunta Precaria» riprese la voce, «vuoi tu prendere in sposa te stessa nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, per amarti, onorarti e rispettarti finché morte non ti separi?» Assunta toccò il monitor sul “sì”.
«Assunta Precaria, io ti dichiaro moglie di te stessa.»
Mentre la ricevuta e la carta di credo uscivano a riveder le stelle, sul monitor lampeggiava la scritta: “Se vuoi annullare il matrimonio, scegli un avvocato e gira la Sacra Rota”. L’autosposata pigiò il tasto “Ite Visa est” e si allontanò grattandosi la bestemmia tatuata su un bicipite. [...]

Andros

Brano tratto dal libro “Codice a bare”, 2009

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Le resine poliolefiniche

Brano tratto dal libro “Arte di plastica“, 2009

Le resine poliolefiniche

La più nota resina del gruppo delle poliolefiniche (PO) è il polietilene (PE), detto anche politene, la cui storia è segnata dall’estemporaneità. Nato per puro caso da un esperimento del chimico tedesco Hans von Pechmann nel 1898, venne inizialmente chiamato polimetilene da alcuni suoi colleghi, che studiarono quella strana sostanza bianchiccia.
Ancora una volta, nel 1933, questa resina venne prodotta accidentalmente in una sintesi industriale dagli inglesi Reginald Gibson e Eric Fawcett, ma solo nel 1935 si riuscì a replicarla, grazie all’impegno del chimico Michael Perrin. A quel punto, fu evidente la grande proprietà di isolante elettrico di questo materiale e, nel 1939, si iniziò a produrre industrialmente il polietilene per scopi bellici; una sorte comune a tanti materiali nati in quel periodo.
La fine della guerra sembrò segnare anche la fine del polietilene, che rischiò di finire nel dimenticatoio, ma ulteriori studi rivelarono che la sua versatilità era di gran lunga maggiore di quanto si fosse sospettato.
Di polietilene ve n’è ad alta e bassa densità, con resistenza e rigidità decrescente per usi differenti. In generale, è solubile in molti solventi a temperature superiori ai 100°C, ma lo è difficilmente a temperatura ambiente. È una resina inerte rispetto agli agenti chimici, poco permeabile ai gas e molto resistente agli acidi. Il polietilene esiste anche in una versione espansa, usata soprattutto nel campo degli imballaggi.

Altra resina molto diffusa, che è la più leggera tra le poliolefiniche, è il polipropilene (PP), in particolare quello sintetizzato nel 1954 dal chimico Giulio Natta e prodotto dalla industria italiana Montecatini (che in seguito divenne Montedison) a partire dal 1957.
Un prodotto italiano legato anche a un carosello degli anni sessanta, in cui questo nuovo materiale, commercializzato col nome di Moplen, aveva come testimonial l’attore Gino Bramieri e un tormentone all’epoca celeberrimo: “E mo e mo… Moplen!”
La paternità del polipropilene in realtà è piuttosto confusa, poiché è stato scoperto più o meno contemporaneamente ben nove volte, con rivendicazioni che sono andate avanti per decenni.
Oggi gli inventori ufficiali di questo materiale sono generalmente considerati gli americani J. Paul Hogan e Robert Banks, benché, ciò che ha reso il polipropilene così utile e diffuso è stata la scoperta del già citato Giulio Natta, che ha portato ai polimeri isotattici. Questa  scoperta, che permette grazie a particolari catalizzatori di rendere la struttura del polimero ordinata e quindi di migliorarne le caratteristiche, ha dato vita al polipropilene isotattico e, aldilà di qualsiasi disputa, gli è valsa il premio Nobel per la chimica nel 1963.
Il polipropilene è un polimero con proprietà di elasticità, resistenza e rigidità molto elevate, ma che non vanta la stessa inerzia chimica del polietilene, per questo motivo, per impedirne l’interazione con gli UV e le condizioni atmosferiche, deve essere trattato con antiossidanti e altre sostanze protettive. Come il polietilene, non è tossico, può quindi essere usato per oggetti che andranno a contatto con alimenti. Anche il polipropilene può essere prodotto come schiuma, impiegato soprattutto come isolante elettrico. [...]

Andros

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Settima puntata – Cercasi artisti

Questo è il resoconto a puntate di quattro anni della mia vita, e della vita di uno spazio espositivo da me aperto a Milano. Benché semiserio, ci sono ben poche cose finte o esagerate, anzi, più spesso ne ho alleggerito la portata. Le prime puntate sono già state inserite in altri siti in passato, le ultime invece no.

Organizzare le mostre successive alla mia, che aveva inaugurato lo Sciorùm, si era subito rivelata un’impresa per nulla semplice. L’unico limite per me, e per gli artisti, era che i loro lavori mi piacessero; se li trovavo validi, la mostra si poteva fare: un limpido caso di dittatura manifesta. In apparenza nulla di difficile, visto che di artisti che fanno cose valide, secondo me, ce ne sono tanti.
Ma accadde una cosa che non avevo previsto: nessuno sembrava interessato a esporre da me.
Per mesi ho contattato, in vari modi e in vari luoghi, virtuali e reali, artisti che apprezzavo: il 50% di loro era convinto che ci fosse una fregatura; inutile spiegare che non c’era alcun affitto dello spazio da pagare. Anni e anni di truffe hanno reso tutti sospettosi e insensibili alle occasioni. Un altro 30% non si degnava neanche di rispondermi. Il restante 20% diceva “sì, forse, non so, cosa fai, come sei, quanto ce l’hai lungo, da quanto hai aperto, chi altro ha esposto, per quella data devo andare in gita con la ragazza, mi assicuri le vendite, mi stendi un tappeto rosso, se piove mi fai da ombrello, mi fai entrare nella storia dell’arte, ecc…”
Mettevo a disposizione uno spazio a Milano, ben servito da metro e bus benché in zona periferica, gratuitamente per un intero mese, condividendo una lista di contatti mirata che mi era costata un bel po’ di lavoro, e il massimo che riuscivo a ottenere era “ma, sì, forse, non so…”
Per non parlare di quelli che dicevano sì e poi, magari a dieci giorni dall’inaugurazione, cambiavano idea.
Per la prima volta capivo e giustificavo le gallerie a pagamento: una volta pagato il conto, nessun artista si tira indietro all’ultimo minuto. Invece, quando è tutto gratis, chi se ne frega, l’artista può disdire quando vuole, che male c’è? Correttezza? Rispetto? Cosa significano queste strane parole?
Mi tornavano in mente gli anni in cui avrei fatto un triplo carpiato con doppio avvitamento al solo pensiero di fare una personale, visto che le mie robe erano sempre “troppo forti” e nessuno ne voleva sapere.
Mentre restavo sbalordito da questi comportamenti, iniziavano ad arrivarmi sempre più spesso email di artisti che avrebbero voluto esporre: quindi, quelli contattati da me non ne volevano sapere, mentre altri mi tempestavano di email per esporre, e quando rispondevo con un “no”, risoluto ma cortese, alcuni s’incazzavano pure.
Così, scoprii anche perché di solito le gallerie si limitano a non rispondere.
Morale della favola, in due anni solo due artisti, di quelli contattati da me, hanno detto sì; e uno dei due lo conoscevo bene da tempo. Tutti gli altri che ho esposto si sono proposti loro, con email o venendo direttamente a mostrarmi i lavori. Dopo circa un anno, smisi di contattare chicchessia; era tempo perso, e poi, le richieste via email erano ormai diventate un fiume in piena.
Collaborando con una piccola casa editrice, anche per le presentazioni da fare nel mio spazio, mi resi conto che la stessa cosa succedeva con gli scrittori e i poeti: anche lì non c’era nulla da pagare, ma se l’editore chiamava qualcuno per dirgli “mi piace quello che scrivi e vorrei pubblicarlo”, questo si montava la testa e partiva per la tangente con richieste da camicia di forza, oppure spariva, convinto di meritare pubblicazioni più adatte al suo genio, che tradotto vuol dire: pubblicare con una casa editrice grande e famosa.
Stavo toccando con mano un’altra peculiarità dell’essere umano, che si potrebbe condensare con queste parole: se vuoi qualcuno e questo qualcuno non ti vuole, o lui è un coglione o c’è qualche inghippo sotto; se invece qualcuno ti vuole e ti cerca, vuol dire che puoi trovare di meglio.
Per quanto stupido possa sembrare, questo assioma viene applicato nell’arte, nel lavoro, nei sentimenti e in tutte le altre cose della vita.

Andros

Prima versione pubblicata online nel 2008

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Tivvù

Siamo tutti in gran formatTelevisione di servizio
con sciacquone telecomandato,
visioni in disservizio
di visionari in polvere,
sniffabile o solubile,
come caffè decaffeinato…
Immaginazione deimmaginata.
Palinsesto in dissesto
e scaletta senza gradini;
la parabola del canal prodigo
riceve programmi senza decoder.
Quando la tele è al comando,
siamo tutti in gran format.

Andros

Pubblicata nel 2006 nel libro “Borborigmi di-versi

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Sesta puntata – La logica illogica della “gente comune”

Questo è il resoconto a puntate di quattro anni della mia vita, e della vita di uno spazio espositivo da me aperto a Milano. Benché semiserio, ci sono ben poche cose finte o esagerate, anzi, più spesso ne ho alleggerito la portata. Le prime puntate sono già state inserite in altri siti in passato, le ultime invece no.

Il disgelo continuò e anche alcuni condomini cominciarono a voler entrare, per vedere da vicino i miei aborti, cioè, le mie opere. Più prendevano confidenza, più azzardavano giudizi diretti.
Ne ricordo uno, in particolare, che entrò con il solo intento di dirmene quattro; la scena si svolse così:

Il tizio: “Ma queste cose che significano?”
Ingenuamente, iniziai a impegnarmi in spiegazioni inutili.
Il tizio, interrompendomi subito: “E questa sarebbe arte, diciamo…”
Io: “Sì, diciamo…”, era già chiaro che non era lì per capire, ma per sentenziare.
Il tizio: “A me queste cose non dicono nulla.”
Io: “Cose che capitano. Lei è appassionato d’arte?”
Il tizio: “No, no: l’arte non m’interessa proprio.”
Io: “Ah… Chissà, magari per questo non le dicono nulla.”
Il tizio: “Ah, beh, sì, certo… però… per me ci vuole qualcuno che dice che una cosa è arte; altrimenti, chiunque fa una cosa qualsiasi e dice che è arte.”
Io: “Si riferisce a un critico d’arte?”
Il tizio: “Ecco, sì, un critico che dice: questa è arte, questa è una cosa bella. Perché se non è bella, non è arte…”
Io: “Sta dicendo che lei ha bisogno di qualcuno che certifichi che una cosa è arte, e quindi che è bella?”
Il tizio: “Sì, ci vuole uno esperto, conosciuto, che dice “questa è arte”, altrimenti non è arte.”
Io: “Se ho capito bene, per lei quello che faccio non è arte, non è bello, vero?”
Il tizio: “No, è orribile, non è arte.”
Io: “Ma, sempre se ho capito bene, se un critico affermasse che invece è arte, lei cambierebbe idea, giusto?”
Il tizio: “Non so… sì, potrei cambiare idea.”
Io: “Quindi, improvvisamente, delle opere che lei ritiene orribili le sembrerebbero belle?”
Il tizio fissa lo sguardo su una mia scultura e rimane in silenzio.
Io: “Basterebbero le parole di uno come Gillo Dorfles, per esempio?”
Il tizio, ridendo: “E chi è? Chi l’ha mai sentito? No, ci vuole uno famoso; uno famoso come Sgarbi, ecco…”

Per un attimo, fui tentato di mettergli nelle mani un mio catalogo di un paio d’anni prima, con un testo scritto da Giampiero Mughini; Dorfles no, ma Mughini lo conosceva di certo: tv docet.
Stavo quasi per farlo, avevo già in mano il catalogo, e al solo pensiero di dimostrargli l’assurda povertà di quel ragionamento un acido sorriso di rivalsa mi spuntava sulle labbra.
Poi lo guardai bene. Chissà com’era stato il suo tempo, com’era cresciuto, cosa aveva fatto, cosa aveva letto, e cosa non aveva fatto e letto. Quale vita, quale lavoro e quale quotidianità lo avevano portato a stuprare i propri pensieri in quel modo, a essere l’asservito mentale che ora avevo davanti agli occhi.
Perché mai avrei dovuto sconvolgere le sue già claudicanti convinzioni? Vi si aggrappava con tanto ostinato impegno: sarebbe stata pura cattiveria. Sarebbe stato inutile, soprattutto.
Lasciai cadere l’argomento, cullandolo nella certezza di essere nel giusto; e gli lasciai anche la soddisfazione di avermele cantate, di aver maltrattato un incapace che si crede artista.
Non credo abbia avuto molte soddisfazioni nella vita, almeno questa…

To be continued…

Andros

Prima versione pubblicata online nel 2008

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