Ottava puntata – Ognun per sé e io per tutti

Sur-faces: racismQuesto è il resoconto a puntate di quattro anni della mia vita, e della vita di uno spazio espositivo da me aperto a Milano. Benché semiserio, ci sono ben poche cose finte o esagerate, anzi, più spesso ne ho alleggerito la portata. Le prime puntate sono già state inserite in altri siti in passato, le ultime invece no.

Come ho scritto, lo Sciorùm non doveva essere solo uno spazio per mostrare i miei lavori, ma anche per fare da vetrina ad altri artisti, e anche a scrittori, abbinando inaugurazioni e presentazioni di libri. Avevo in mente anche musica e teatro, perché no? Ero aperto a tutto. Nella mia fin troppo fervida immaginazione, pensavo di farlo diventare un luogo d’incontro per tutte le arti.
Fantasticavo sulla nascita di chissà quali collaborazioni tra artisti, incontri e scontri d’idee e opinioni. Per scrittori e poeti, mi appoggiavo principalmente alla piccola casa editrice che aveva pubblicato qualche mio libro: presentavo le loro nuove uscite durante le inaugurazioni. Questo portava più visitatori, e speravo favorisse incontri e magari progetti comuni, chissà…
Ero ottimista, ingenuo o solo idiota? Mah, chi può dirlo?
Il resoconto di due anni di cosiddetti “eventi” è molto meno entusiasmante di quanto avessi sperato.
In termini di presenze nessuno si poteva lamentare; solo due volte ci dovemmo accontentare di 5 o 6 persone, tutte le altre volte la gente non mancò. In un paio di occasioni addirittura non entravano tutti insieme: usciva un gruppetto ed entravano gli altri…
A Milano, persino le inaugurazioni delle gallerie storiche di Brera ormai sono disertate: a meno che l’artista non sia un’avvenente ragazza, a volte non c’è neanche il gallerista a far numero.
È quindi facile capire che da questo punto di vista mi ritenevo soddisfatto.
In qualche caso gli artisti riuscirono persino a vendere, incredibile!
La cosa per me deludente è stata l’assoluta mancanza d’interesse tra artisti. Tranne una o due eccezioni, nessun artista ha partecipato ad alcuna delle altre inaugurazioni: venivano a montare e smontare la mostra e poi alla propria inaugurazione, punto. Mai visti prima e mai più visti dopo. Potevo capire chi era di fuori città; capivo un po’ meno quelli che vivevano in città. Persino quando venivano nel mio spazio a mostrarmi i lavori, e ovviamente erano esposte le opere di qualcun altro, erano del tutto disinteressati: non le guardavano, neanche per un secondo, zero.
Come se quelle opere non esistessero. Magari erano gli stessi sempre pronti a lamentarsi perché la gente è “distratta” e non è interessata all’arte.
Devo però ammettere che qualche eccezione c’era: quelli che appena entrati iniziavano a criticare le opere esposte con battute muriatiche; non rendendosi neanche conto che offendendo l’artista stavano anche offendendo me, che lo avevo scelto. Che poi, non era una grande idea offendermi, visto che ero quello che avrebbe dovuto offrir loro lo spazio per esporre: almeno siate furbi, dico io!
Stessa solfa con scrittori e poeti: le cagate sono sempre quelle degli altri, con i propri lavori, invece, tutta la benevolenza di questo mondo.
Durante le inaugurazioni/presentazioni c’era l’apoteosi del narcisismo onanistico, e in questo, devo dire, scrittori e poeti si sono dimostrati i peggiori.
La parola d’ordine era: ognuno per i cazzi suoi.
Nello stesso posto, nello stesso momento, stavano accadendo due cose legate all’arte, e ognuno degli artisti se ne sbatteva i pendagli dell’altro. Sublime.
Se di tanto in tanto capitava che un pittore o uno scultore seguisse la presentazione di un libro, devo invece dire che non è mai capitato che uno scrittore o un poeta si interessasse alle opere esposte: mai una volta. Ogni tanto provavo a coinvolgerli, chiedendo “cosa ne pensi della mostra?”, ma le risposte erano “boh”, oppure “ah, io non capisco nulla di arte”, o meglio ancora “quale mostra?” Nei due anni ho provato vari modi e stratagemmi per cercare di far incontrare i due mondi, ma inutilmente: a nessuno fregava una cippa.

Andros

Prima versione pubblicata online nel 2008

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Bara 19: Latore di Babele

andros_creed_cardUn serial killer che sviene alla vista del sangue e una poliziotta psicopatica sono i protagonisti di Codice a bare, un romanzo che fa scontrare un futuro e un futuro remoto; mondi aspri, ruvidi, distopici, dove per gli assassini i Comuni dispongono cassonetti per differenziare i rifiuti umani, dove esistono scuole per formare i mendicanti di domani, dove i morti sono deviventi coscienti della propria decomposizione, dove la prima causa di morte sono i serial killer, dove la bellezza è stata classificata e brevettata da un chirurgo plastico venerato quale divinità, dove i cortei di protesta si fanno in solitudine e dove mogli e figli vengono scambiati via internet, tramite le periferiche di TeletrasPorco.

[...] Ci accolse un triste corteo di protesta non autorizzato, composto da un solo manifestante munito di cartello con lo slogan: “La bellezza svenderà il mondo”; otto camionette della polizia sciolsero il corteo, e il manifestante, a colpi di lanciafiamme. Nei grandi spazi del centro, tempestati di megaschermi sintonizzati sui tanti canali monomaniaci svezzati con notizie verosimili e poco rilevanti, le trasmissioni rimbombavano accavallandosi.

*…Cosa si prova a essere diventata d’un tratto una sculettante e osannata televisina?*
*È un gran traguardo, ma è anche un inizio, non voglio puntare la carriera solo sulla mia travolgente bellezza; anche se essere una M0F0V0 è una grande fortuna per me e per il conto in banca del mio chirurgo.*
*Bella, modesta e intelligente, quindi. E ora parliamo d’amore: come ci si sente a stare con un calciatore bello, ricco e famoso?*
*Bene; finché c’è la salute economica…*
*Prima di conoscerlo, lei non si interessava di calcio; adesso è riuscita almeno a capire cos’è un fuori gioco?*
*No, ma in compenso ho sempre saputo cos’è un fallo…*

Una cinquantenne adolescente sfilò la carta di credo dalle mutanga che le spuntavano dai pantaloni e la infilò nella fessura dell’imponente sacromat affiancato alla PrayStation, proprio al centro del centro commerciale, a dominare l’intero tempio alla moneta. Una gracchiante voce femminile disse:
«Scegliere la religione desiderata.» La donna eseguì.
«Digitare il codice vaticano segreto» disse ancora la voce sintetica.
Sul monitor apparvero le scritte: “Battesimo”, “Matrimonio” e “Estrema Unzione”. La giovincella fece la sua scelta, mentre tra le labbra faceva scoppiettare una gomma da martirizzare all’ostia consacrata.
«Assunta Precaria» riprese la voce, «vuoi tu prendere in sposa te stessa nella salute e nella malattia, nella gioia e nel dolore, nella buona e nella cattiva sorte, per amarti, onorarti e rispettarti finché morte non ti separi?» Assunta toccò il monitor sul “sì.”
«Assunta Precaria, io ti dichiaro moglie di te stessa.»
Mentre la ricevuta e la carta di credo uscivano a riveder le stelle, sul monitor lampeggiava la scritta: “Se vuoi annullare il matrimonio, scegli un avvocato e gira la Sacra Rota.” L’autosposata pigiò il tasto “Ite Visa est” e si allontanò grattandosi la bestemmia tatuata su un bicipite. [...]

Andros

Brano tratto dal libro “Codice a bare”, 2009

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Le resine poliolefiniche

Brano tratto dal libro “Arte di plastica“, 2009

Le resine poliolefiniche

La più nota resina del gruppo delle poliolefiniche (PO) è il polietilene (PE), detto anche politene, la cui storia è segnata dall’estemporaneità. Nato per puro caso da un esperimento del chimico tedesco Hans von Pechmann nel 1898, venne inizialmente chiamato polimetilene da alcuni suoi colleghi, che studiarono quella strana sostanza bianchiccia.
Ancora una volta, nel 1933, questa resina venne prodotta accidentalmente in una sintesi industriale dagli inglesi Reginald Gibson e Eric Fawcett, ma solo nel 1935 si riuscì a replicarla, grazie all’impegno del chimico Michael Perrin. A quel punto, fu evidente la grande proprietà di isolante elettrico di questo materiale e, nel 1939, si iniziò a produrre industrialmente il polietilene per scopi bellici; una sorte comune a tanti materiali nati in quel periodo.
La fine della guerra sembrò segnare anche la fine del polietilene, che rischiò di finire nel dimenticatoio, ma ulteriori studi rivelarono che la sua versatilità era di gran lunga maggiore di quanto si fosse sospettato.
Di polietilene ve n’è ad alta e bassa densità, con resistenza e rigidità decrescente per usi differenti. In generale, è solubile in molti solventi a temperature superiori ai 100°C, ma lo è difficilmente a temperatura ambiente. È una resina inerte rispetto agli agenti chimici, poco permeabile ai gas e molto resistente agli acidi. Il polietilene esiste anche in una versione espansa, usata soprattutto nel campo degli imballaggi.

Altra resina molto diffusa, che è la più leggera tra le poliolefiniche, è il polipropilene (PP), in particolare quello sintetizzato nel 1954 dal chimico Giulio Natta e prodotto dalla industria italiana Montecatini (che in seguito divenne Montedison) a partire dal 1957.
Un prodotto italiano legato anche a un carosello degli anni sessanta, in cui questo nuovo materiale, commercializzato col nome di Moplen, aveva come testimonial l’attore Gino Bramieri e un tormentone all’epoca celeberrimo: “E mo e mo… Moplen!”
La paternità del polipropilene in realtà è piuttosto confusa, poiché è stato scoperto più o meno contemporaneamente ben nove volte, con rivendicazioni che sono andate avanti per decenni.
Oggi gli inventori ufficiali di questo materiale sono generalmente considerati gli americani J. Paul Hogan e Robert Banks, benché, ciò che ha reso il polipropilene così utile e diffuso è stata la scoperta del già citato Giulio Natta, che ha portato ai polimeri isotattici. Questa  scoperta, che permette grazie a particolari catalizzatori di rendere la struttura del polimero ordinata e quindi di migliorarne le caratteristiche, ha dato vita al polipropilene isotattico e, aldilà di qualsiasi disputa, gli è valsa il premio Nobel per la chimica nel 1963.
Il polipropilene è un polimero con proprietà di elasticità, resistenza e rigidità molto elevate, ma che non vanta la stessa inerzia chimica del polietilene, per questo motivo, per impedirne l’interazione con gli UV e le condizioni atmosferiche, deve essere trattato con antiossidanti e altre sostanze protettive. Come il polietilene, non è tossico, può quindi essere usato per oggetti che andranno a contatto con alimenti. Anche il polipropilene può essere prodotto come schiuma, impiegato soprattutto come isolante elettrico. [...]

Andros

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Settima puntata – Cercasi artisti

Questo è il resoconto a puntate di quattro anni della mia vita, e della vita di uno spazio espositivo da me aperto a Milano. Benché semiserio, ci sono ben poche cose finte o esagerate, anzi, più spesso ne ho alleggerito la portata. Le prime puntate sono già state inserite in altri siti in passato, le ultime invece no.

Organizzare le mostre successive alla mia, che aveva inaugurato lo Sciorùm, si era subito rivelata un’impresa per nulla semplice. L’unico limite per me, e per gli artisti, era che i loro lavori mi piacessero; se li trovavo validi, la mostra si poteva fare: un limpido caso di dittatura manifesta. In apparenza nulla di difficile, visto che di artisti che fanno cose valide, secondo me, ce ne sono tanti.
Ma accadde una cosa che non avevo previsto: nessuno sembrava interessato a esporre da me.
Per mesi ho contattato, in vari modi e in vari luoghi, virtuali e reali, artisti che apprezzavo: il 50% di loro era convinto che ci fosse una fregatura; inutile spiegare che non c’era alcun affitto dello spazio da pagare. Anni e anni di truffe hanno reso tutti sospettosi e insensibili alle occasioni. Un altro 30% non si degnava neanche di rispondermi. Il restante 20% diceva “sì, forse, non so, cosa fai, come sei, quanto ce l’hai lungo, da quanto hai aperto, chi altro ha esposto, per quella data devo andare in gita con la ragazza, mi assicuri le vendite, mi stendi un tappeto rosso, se piove mi fai da ombrello, mi fai entrare nella storia dell’arte, ecc…”
Mettevo a disposizione uno spazio a Milano, ben servito da metro e bus benché in zona periferica, gratuitamente per un intero mese, condividendo una lista di contatti mirata che mi era costata un bel po’ di lavoro, e il massimo che riuscivo a ottenere era “ma, sì, forse, non so…”
Per non parlare di quelli che dicevano sì e poi, magari a dieci giorni dall’inaugurazione, cambiavano idea.
Per la prima volta capivo e giustificavo le gallerie a pagamento: una volta pagato il conto, nessun artista si tira indietro all’ultimo minuto. Invece, quando è tutto gratis, chi se ne frega, l’artista può disdire quando vuole, che male c’è? Correttezza? Rispetto? Cosa significano queste strane parole?
Mi tornavano in mente gli anni in cui avrei fatto un triplo carpiato con doppio avvitamento al solo pensiero di fare una personale, visto che le mie robe erano sempre “troppo forti” e nessuno ne voleva sapere.
Mentre restavo sbalordito da questi comportamenti, iniziavano ad arrivarmi sempre più spesso email di artisti che avrebbero voluto esporre: quindi, quelli contattati da me non ne volevano sapere, mentre altri mi tempestavano di email per esporre, e quando rispondevo con un “no”, risoluto ma cortese, alcuni s’incazzavano pure.
Così, scoprii anche perché di solito le gallerie si limitano a non rispondere.
Morale della favola, in due anni solo due artisti, di quelli contattati da me, hanno detto sì; e uno dei due lo conoscevo bene da tempo. Tutti gli altri che ho esposto si sono proposti loro, con email o venendo direttamente a mostrarmi i lavori. Dopo circa un anno, smisi di contattare chicchessia; era tempo perso, e poi, le richieste via email erano ormai diventate un fiume in piena.
Collaborando con una piccola casa editrice, anche per le presentazioni da fare nel mio spazio, mi resi conto che la stessa cosa succedeva con gli scrittori e i poeti: anche lì non c’era nulla da pagare, ma se l’editore chiamava qualcuno per dirgli “mi piace quello che scrivi e vorrei pubblicarlo”, questo si montava la testa e partiva per la tangente con richieste da camicia di forza, oppure spariva, convinto di meritare pubblicazioni più adatte al suo genio, che tradotto vuol dire: pubblicare con una casa editrice grande e famosa.
Stavo toccando con mano un’altra peculiarità dell’essere umano, che si potrebbe condensare con queste parole: se vuoi qualcuno e questo qualcuno non ti vuole, o lui è un coglione o c’è qualche inghippo sotto; se invece qualcuno ti vuole e ti cerca, vuol dire che puoi trovare di meglio.
Per quanto stupido possa sembrare, questo assioma viene applicato nell’arte, nel lavoro, nei sentimenti e in tutte le altre cose della vita.

Andros

Prima versione pubblicata online nel 2008

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Tivvù

Siamo tutti in gran formatTelevisione di servizio
con sciacquone telecomandato,
visioni in disservizio
di visionari in polvere,
sniffabile o solubile,
come caffè decaffeinato…
Immaginazione deimmaginata.
Palinsesto in dissesto
e scaletta senza gradini;
la parabola del canal prodigo
riceve programmi senza decoder.
Quando la tele è al comando,
siamo tutti in gran format.

Andros

Pubblicata nel 2006 nel libro “Borborigmi di-versi

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Sesta puntata – La logica illogica della “gente comune”

Questo è il resoconto a puntate di quattro anni della mia vita, e della vita di uno spazio espositivo da me aperto a Milano. Benché semiserio, ci sono ben poche cose finte o esagerate, anzi, più spesso ne ho alleggerito la portata. Le prime puntate sono già state inserite in altri siti in passato, le ultime invece no.

Il disgelo continuò e anche alcuni condomini cominciarono a voler entrare, per vedere da vicino i miei aborti, cioè, le mie opere. Più prendevano confidenza, più azzardavano giudizi diretti.
Ne ricordo uno, in particolare, che entrò con il solo intento di dirmene quattro; la scena si svolse così:

Il tizio: “Ma queste cose che significano?”
Ingenuamente, iniziai a impegnarmi in spiegazioni inutili.
Il tizio, interrompendomi subito: “E questa sarebbe arte, diciamo…”
Io: “Sì, diciamo…”, era già chiaro che non era lì per capire, ma per sentenziare.
Il tizio: “A me queste cose non dicono nulla.”
Io: “Cose che capitano. Lei è appassionato d’arte?”
Il tizio: “No, no: l’arte non m’interessa proprio.”
Io: “Ah… Chissà, magari per questo non le dicono nulla.”
Il tizio: “Ah, beh, sì, certo… però… per me ci vuole qualcuno che dice che una cosa è arte; altrimenti, chiunque fa una cosa qualsiasi e dice che è arte.”
Io: “Si riferisce a un critico d’arte?”
Il tizio: “Ecco, sì, un critico che dice: questa è arte, questa è una cosa bella. Perché se non è bella, non è arte…”
Io: “Sta dicendo che lei ha bisogno di qualcuno che certifichi che una cosa è arte, e quindi che è bella?”
Il tizio: “Sì, ci vuole uno esperto, conosciuto, che dice “questa è arte”, altrimenti non è arte.”
Io: “Se ho capito bene, per lei quello che faccio non è arte, non è bello, vero?”
Il tizio: “No, è orribile, non è arte.”
Io: “Ma, sempre se ho capito bene, se un critico affermasse che invece è arte, lei cambierebbe idea, giusto?”
Il tizio: “Non so… sì, potrei cambiare idea.”
Io: “Quindi, improvvisamente, delle opere che lei ritiene orribili le sembrerebbero belle?”
Il tizio fissa lo sguardo su una mia scultura e rimane in silenzio.
Io: “Basterebbero le parole di uno come Gillo Dorfles, per esempio?”
Il tizio, ridendo: “E chi è? Chi l’ha mai sentito? No, ci vuole uno famoso; uno famoso come Sgarbi, ecco…”

Per un attimo, fui tentato di mettergli nelle mani un mio catalogo di un paio d’anni prima, con un testo scritto da Giampiero Mughini; Dorfles no, ma Mughini lo conosceva di certo: tv docet.
Stavo quasi per farlo, avevo già in mano il catalogo, e al solo pensiero di dimostrargli l’assurda povertà di quel ragionamento un acido sorriso di rivalsa mi spuntava sulle labbra.
Poi lo guardai bene. Chissà com’era stato il suo tempo, com’era cresciuto, cosa aveva fatto, cosa aveva letto, e cosa non aveva fatto e letto. Quale vita, quale lavoro e quale quotidianità lo avevano portato a stuprare i propri pensieri in quel modo, a essere l’asservito mentale che ora avevo davanti agli occhi.
Perché mai avrei dovuto sconvolgere le sue già claudicanti convinzioni? Vi si aggrappava con tanto ostinato impegno: sarebbe stata pura cattiveria. Sarebbe stato inutile, soprattutto.
Lasciai cadere l’argomento, cullandolo nella certezza di essere nel giusto; e gli lasciai anche la soddisfazione di avermele cantate, di aver maltrattato un incapace che si crede artista.
Non credo abbia avuto molte soddisfazioni nella vita, almeno questa…

To be continued…

Andros

Prima versione pubblicata online nel 2008

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Letterina di Natale

Egregi Signori,
come Voi sapete, la nostra azienda multilevel è leader nel settore della regalistica su base mondiale. In seguito a una fusione, che ci ha permesso di ampliare il giro di affari e di quotarci in borsa, abbiamo dovuto riorganizzare la struttura, rinnovare il personale elfico e ricontrollare tutta la contabilità acquisita dalla precedente gestione. Abbiamo così rilevato alcune irregolarità nelle fatturazioni e nelle richieste di pagamento.
Certi della Vostra soddisfazione, non avendo mai ricevuto alcun cenno di reclamo sul nostro operato, Vi ricordiamo quindi che sono in scadenza i pagamenti per gli oltre trent’anni di doni natalizi mai saldati, comprensivi di mora, dell’aliquota ‘Renna’ e degli interessi composti.
Alleghiamo a tal proposito il bollettino augurale per effettuare il versamento presso i nostri sportelli di “Banca Sorpresa.”
Vi ricordiamo inoltre che il nostro personale ambulante in uniforme natalizia non è autorizzato a riscuotere denaro presso la clientela, e di diffidare dei Babbo Natale® non iscritti all’albo.
Per future richieste natalizie raccomandiamo di compilare l’apposito modulo, incluso nella presente, in tutte le sue parti e di consegnarlo al più vicino centro di raccolta; questo ci permetterà di offrire un servizio sempre più celere ed efficiente.
Fiduciosi in una Vostra pronta risposta, ci scusiamo per gli eventuali disagi arrecati e  cogliamo l’occasione per augurare un felice Natale.

Firmato:
Primo Elfo
General Manager della X.M.A.S. Enterprise

Andros

Tratto dal libro “Sabba di paralleli”, 2005

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